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  • Le palle di Mozart e i poliedri di Leonardo Umanesimo Umanesimo

    Martedí, 09. Novembre 2010 17:46h
    Cito le famose Mozartkugeln, per arrivare alla più generale considerazione di quale capacità di merchandising abbiano oltralpe, strumentalizzando senza troppi scrupoli il nome di un artista sublime cui, al tempo, non si peritarono neppure di dare degna sepoltura.
    Non ho mai capito, in realtà, quale legame ci possa essere tra il sommo musicista e questi cioccolatini, peraltro deliziosi, ma mi chiedo quanto investano nel patrocinio della musica tutti quelli che sfruttano disinvoltamente il suo nome. Non dico nulla, perché non lo so e m’infastidisce perfino l’idea di fare qualche ricerca al riguardo.
    Col dubbio che da quelle parti possano aver pensato di commercializzare pure i cornetti di Beethoven, ecco però che di rimando scaturisce un'idea pecunifera dai poliedri di Leonardo. Parto di degna mente (poliedrica, appunto), questi splendidi disegni abbelliscono lo straordinario trattato De divina proportione di Luca Pacioli e mi danno lo spunto per la creazione di sofisticati dolcetti nostrani, in memoria della vivace golosità vinciana.
    Leonardo era vegetariano, ma amava i prodotti caseari, dunque ecco la prima ricetta: icosaedri di formaggio dolce e petali di fiori d’arancio canditi in crosta di wafer, farciti da una goccia di miele e ricoperti di cioccolato fondente. Lo eleggo attualmente bonbon virtuale di Milano Expo.
    P.S.: la ricetta è totalmente inventata (e non sperimentata) da me. Può darsi pure che sia una schifezza immangiabile, ma se qualche sapiente pasticcere ne riuscisse a trarre guadagno, non manchi di tributare alle iniziative del qui scrivente laute royalties.
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  • Interesse di bottega Umanesimo Umanesimo

    Lunedí, 08. Novembre 2010 14:13h
    Non parlo della tendenza egoistica a farsi i propri comodi, possibilmente alle spalle della collettività, campo in cui possiamo vantare vere eccellenze, ma di quel fenomeno imprenditoriale che ha contribuito all’esplosione artistica ed economica del Rinascimento.
    Fino all’epoca industriale, le botteghe sono sempre state i luoghi preposti alla realizzazione di opere ed alla produzione di manufatti. Alla fine del Medioevo, però, la bottega si struttura in modo specificamente gerarchico, sotto la direzione di un maestro, che interagisce con la committenza, definisce le linee guida del lavoro e ripartisce i compiti tra i collaboratori. Il nome del maestro è la garanzia di qualità.
    Nella bottega si svolgeva un gran numero di attività, anche piuttosto diversificate, dal concepimento di opere imponenti alla realizzazione di oggetti di uso quotidiano. Il risultato finale era frutto dunque di una sinergia efficiente, anche se la firma era prerogativa del maestro.
    L’artista si formava all’interno della bottega, ricoprendo varie mansioni, fino a quando non era in grado di mettersi in proprio, ed acquisiva una solida competenza artigianale e gestionale.
    Ora, malgrado la rivoluzione industriale abbia sovvertito la dimensione dell’artigianato, e la figura dell’artista sia percepita nel proprio isolamento creativo, ritroviamo ancora una certa analogia tra le antiche botteghe e gli atelier degli stilisti di moda. E guarda caso, quel made in Italy è proprio il settore trainante perfino della nostra immagine nel mondo, come dimostrato dall’accoglienza entusiastica (all’estero) del film documentario su Valentino Garavani.
    Allora, non sarà che in Italia il più efficace sistema produttivo sia quello delle botteghe di una volta? Non sarà che queste piccole e medie imprese siano le vere eredi della nostra epoca d’oro?
    Non sarà che dobbiamo puntare su quella straordinaria capacità non solo organizzativa, ma anche creativa, per ritrovare gli antichi splendori, pure in campo artistico?
    Si tratterebbe certo di rinunciare alla romantica immagine dell’artista maledetto, a vantaggio di quella dell’imprenditore accorto. Ma non sarà che questo andrebbe a toccare qualche altro interesse di bottega?

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  • Un sacco di soldi per l'arte darxyz darxyz

    Lunedí, 08. Novembre 2010 13:48h
    Sarà provocatorio, magari velleitario, ma ad un certo punto credo che chiunque abbia avuto a che fare con il mondo dell'arte, anche solo guardando le notizie sullo stato miserevole dei nostri Beni Culturali, sia stato smosso dal bisogno di fare qualcosa di concreto.
    Ci vengono sventolate quotidianamente cifre faraoniche per il finanziamento degli eventi più inverosimili, assistendo agli eccessi spudorati dell'industria dell'intrattenimento, che si alimenta dei nostri spiccioli di spettatori inermi.
    Ma soldi per la manutenzione, il sostegno e la divulgazione del nostro patrimonio culturale niente.
    Insomma, basta.
    Per la cultura servono soldi, e non elemosine istituzionali: un sacco di soldi.
    L'Arte, quella che si può fregiare della maiuscola, è ciò che ci distingue dal mondo ferino.
    E' il nostro marchio di civiltà, ed è quindi il motore di ogni progresso.
    L'Umanità è un individuo complesso, costituito da miliardi di cellule. Ogni cellula vive per sé e per il proprio habitat, ma tutte, in un modo o nell'altro, contribuiscono alla conservazione e allo sviluppo dell'organismo principale.
    L'Umanità, in questo momento, ha bisogno che gli Umanisti alzino la voce per ritrovare il senso della bellezza e l'armonia con la natura, creando le premesse di un salto evoluzionistico.
    Dunque, diamoci da fare!
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  • L'arte è una cosa seria (?) darxyz darxyz

    Martedí, 10. Novembre 2009 09:10h
    Si suppone che lo sia. Ma...
    Quando io vado ad Artissima e mi trovo un cavo che penzola dal soffitto (un bel cavo, eh, colorato di rosso quasi ruggine, dunque degna mimesi della realtà : un cavo di ferro non ancora arrugginito che anticipa il futuro), scodinzolando per un buon metro a terra, e sento una signora che chiede all'impettito gallerista "quanto costa?", e soprattutto sento rispondere qualcosa come "12000 euro", io non penso che sia una cosa seria, l'arte, ma, parafrasando Flaiano, che sia grave.
    Voglio dire: cos'è che dà valore aggiunto ad un'opera, diciamo pure d'estro? E cos'è che dà valore aggiunto all'estro dell'operatore?
    Forse, ed è necessario l'approccio probabilistico, proprio l'imprevedibilità delle sue conseguenze.
    L'elemento qualificante dell'opera non sarebbe dunque la sua qualità estetica o il suo contenuto simbolico, ma il suo prodotto finale sulla coscienza umana.
    Nel caso dell'opera citata, lo stupore.
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